Gianpietro Sery

NON E’ DEL PAPPAGALLO

IL RIPETERE LA SODDISFAZIONE...

 

1. IL METODO PER L’UOMO E NON L’UOMO PER IL METODO:

PENSARE BENE DEL PENSIERO.

La scorsa estate, al Meeting di Rimini, mi è capitato di guardare la mostra del Caravaggio.

E’ stato davanti al capolavoro raffigurante la rassicurazione di S.Tomaso, che ho provato la sensazione più interessante di questi ultimi mesi.

Lui che, in rappresentanza dell’universo, delle curiosità e dei dubbi di uno (come benissimo testimoniano i volti partecipi e attentissimi degli apostoli presenti a quell’atto), affonda il dito nel corpo di Cristo, gode di un particolarissimo privilegio: Il privilegio (legge di moto del "privus", a lui individualmente imputata come possibile) della risposta soddisfacente di una mano di padre che accompagna, accondiscende il moto del suo braccio in quel corpo a corpo arditissimo.

Persino lo stupore di uno degli astanti evidenzia uno sguardo che ha come oggetto proprio la mano: quella mano più del dito e più della profonda inquietante ferita.

Ben lontano Caravaggio dall’essere pittore-fotografo dell’immobilità come per l’Argan e altrettanto lontano quindi dall’essere descrittore di atti compiuti: Caravaggio è invece testimone curioso del costituirsi di quei moti in cui si attuano (diventano atti) i pensieri.

Emerge allora un soggetto che agisce da figlio (e agisce bene, in modo tale da avere un aiuto alla propria fede) e un altro soggetto che risponde da padre dicendo: "va bene così, vedi tu, fai tu...".

"Mi va bene così, come tu lo hai pensato": è la fiducia di Cristo (in rappresentanza di quella di Dio) nel pensiero di Tomaso (in rappresentanza dell’universo).

Cristo, uomo moderno, pensa bene del pensiero, cioè si attende che dal pensiero possano aversi conclusioni soddisfacenti.

Questo è il padre: "ti andrà bene" ("oggi sarai con me in paradiso").

Penso opportuna per ogni educatore curioso la riflessione laica appena premessa e appena conclusa: in modo particolare in tutte quelle situazioni, come questa (la scrittura-lettura di un testo, situazione simile a quella del moto parlare-ascoltare), in cui si pone il problema di un qualcosa che riguarda il "metodo di studio".

Questo perchè nel passato il metodo è stato troppe volte individuato come "strategia" da fornire-apprendere all’interno di una coppia educatore-educando che poco era pensata come una relazione tra soggetti e quindi con reciproca fiducia nel pensiero dell’altro.

Eppure è esperienza comune, anche al mercato (la verità è sempre di una evidenza disarmante una volta che è stata detta), che solo con la fiducia nel pensiero dell’altro (un tempo si sarebbe detto "con amore") l’eventuale errore può essere corretto: altrimenti l’errore si "fissa" fino alla patologia.

2. IL "RIPASSO".

La scorsa estate, al Meeting di Rimini sono ritornato almeno tre volte a rivedere la mostra del Caravaggio.

Alzarsi più volte la notte per ripetere gli stessi passi che conducono a controllare se si è chiuso il gas, non poter fare a meno di ripassare per una discussione che in famiglia già si sa produrre solo rancori, ripassare da una mano all’altra il sapone allo scopo di lavarsi per la decima volta: sono azioni che a nessuno lascerebbero dubbi sulla coazione psicologica da cui derivano.

Si tratta di comandi, non di pensieri.

E il segno che li contraddistingue è che non conducono ad alcuna soddisfazione ma, al contrario, si dimostrano solo coazioni di cui non si vede l’ora di liberarsi.

E’ alla categoria di questi comandi che spesso conduce ultimamente la raccomandazione "devi ripassare spesso, più volte alla settimana, perchè repetita iuvant".

E’ strano che a volte noi insegnanti non ci accorgiamo, se non con fatica, che molti studenti, non vedono l’ora di liberarsi della scuola e di tutte quelle azioni (non atti) che essa comporta alla stregua di ossessioni di cui ignorano come potersi liberare in modo più definitivo del solo suono del campanello.

Le esortazioni a scuola (una volta, come nella mia preistoria, definite come "motivazioni esterne"), le dichiarazioni del sublime valore dello studiare che prima o poi darà i suoi frutti, ineffabile investimento per il futuro di eterni adolescenti disoccupati (anche di lavoro ma non per prima cosa) hanno al massimo creato pochi discenti apparentemente più saggi ma in realtà solo servi obbedienti al comando del dovere: i poveri "secchioni", affossati e assetati nel pozzo senza fondo di un "sapere" che darebbe domani l’acqua agognata di ciò che non si può vedere nell’oggi.

E chi non cede al sublime perchè vive con poca sopportazione la sua sete, senza il suo secchio, passerà per il purgatorio del disagio, del recupero, dell’educazione alla salute.

Se così il primo passo dello studio, figuriamoci il ripasso che, giustamente, è diventato il "ripasso domani": cioè il "domani è un altro giorno si vedrà" della scuola, il "io passo" in attesa delle carte giuste (soddisfacenti) che si dispera arriveranno mai.

3. L’ATTO DEL RI-PRENDERE, OVVERO: ALLA RICERCA DELLA SODDISFAZIONE GIA’ PROVATA.

La scorsa estate, al Meeting di Rimini, mi sono accorto che più guardavo i quadri del Caravaggio e più mi piacevano.

La sottolineatura in questa frase è un "già accaduto".

E il passo successivo è il desiderio che il "già accaduto", accada ancora, ma su diverse vie, per nuovi passi, nuove occasioni

La parola "ri-passo" mi sembra non adeguata e ambigua per almeno due buoni motivi:

- se il primo "passo" è stato un disastro, dal ri-passo non ci si può aspettare niente di buono: è più ragionevole non farlo;

- se il primo passo è stato buono (come nei film di colossali furti a banche inespugnabili, passando tra raggi infrarossi, trappole ed esplosivi), il "ri-passo" (tra fogne, buchi nel cemento armato ripetendo il periglioso e geniale percorso dell’andata) rimane comunque solo occasione per sopravvivere, cavarsela: attività "ripassante" per un più o meno onorevole mantenimento dello stato attuale (senza più incremento di lucro).

Nella vita non si ri-passa mai con convenienza per gli stessi identici luoghi: il ri-passare non paga, non arricchisce.

Ricalcare i passi compiuti esattamente come si sono compiuti, da soli o seguendo altri davanti a noi quasi mettendo i nostri piedi dentro le orme che ci precedono, è pregevole solo in guerra all’interno di un campo minato (dove il capo di turno grida "seguite me, e non prendete iniziative individuali se volete uscirne vivi"): nella realtà, dove la vita non è una guerra (anche se il malato non ci crede) la vita diventerebbe solo una noiosa, povera e impoverente processione.

La parola RI-PRENDERE (ri-averne ancora, di guadagno) sembra più adeguata se rimane fortemente legata a quel "RE-PETITA IUVANT" che non lascia spazi all’errore: si tratta di DOMANDARE, AGIRE ANCORA IN MODO TALE DA OTTENERE NUOVO GIOVAMENTO, NUOVA SODDISFAZIONE.

Sia chiaro che la sottolineatura fondamentale,la linea di confine, che permette al pensiero di fare un "distinguo" dal "ri-passare" al "ri-prendere", è proprio il pensare una NUOVA SODDISFAZIONE.

Cioè, soddisfazione sì (altrimenti non ci sarebbe neppure motivo per agire), ma NUOVA.

Nuova rispetto a quella già provata prima e che era stata la spinta del moto del ri-petere: ancora e con successo.

Già da bambini, è esperienza comune che fino a quando le cose andavano bene, avremmo ri-domandato all’infinito il racconto della favola che ci aveva affascinato o avremmo ri-preso continuamente con gioia i contenuti dei nostri giochi preferiti.

E’ possibile, a questo punto, dire che il ri-prendere "è" una tecnica e non "ha" delle tecniche: non si tratta quindi del metodo-strategia ma del metodo che è strada per la soddisfazione in quanto parte da un già di soddisfazione che è evidenza per la ragione.

In questo senso ogni suggerimento dell’adulto diventa pensabile e utile.

E’ così che la vita di chi è amico del pensiero e del suo principio (o legge) del piacere avanza: e con essa la scuola pure.

4. IL GUSTO DI RIPRENDERE LO PUO’ EDUCARE SOLO UN PADRE E CURIOSO

La scorsa estate, al Meeting di Rimini, accorgendomi che più guardavo i quadri del Caravaggio e più mi piacevano, sono ritornato a ri-prenderli insieme ai miei tre figli.

Psicoanalista del PR.AS.DO. e insegnante dal 1976 in un ITCG di Genova.

2 Chi scrive ha lavorato per almeno vent’anni come "referente" di ciò.

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