La Scuola e Freud

Tra le professioni "impossibili" Freud indicava anche l’educare, oltre il governare e lo psicoanalizzare ma, oggigiorno più che mai, sembra che la Scuola faccia di tutto per non dargli ragione. Uno dei tanti libri "ameni" - il problema tuttavia è serio - sull’ istituzione scolastica è quello intitolato Ho spasato una prof (Marsilio), scritto da Giovanni Pacchiano, un preside pensionatosi anzitempo perché insoddisfatto della scuola, dalla quale comunque non si libera, poiché la moglie, docente, gli riporta ugualmente a casa le proprie angosce quotidiane. L’autore peraltro riesce a non subirle giacché ne scrive, in maniera caustica sebbene veritiera, come del resto aveva fatto precedentemente in un pamphlet dal titolo molto significativo Di scuola si muore (Anabasi ‘93).

Con chi se la prende dunque l’ex preside? Direi soprattutto con quegli organismi, le cui sigle sono PEI, IDEI, DISCO, CIC ecc., conosciute da ciascun insegnante (per chi non è del campo basti la prima che esplicito immediatamente), tramite i quali la scuola si prefigge di rendere l’insegnamento possibile.

Mi soffermo dunque sul PEI che significa Progetto Educativo d’Istituto e ciò in buona sostanza vuol dire che l’educazione viene stabilita a tavolino, aprioristicamente, senza tenere conto della controparte. Questa modalità infatti non contempla che fra un soggetto (docente) e un altro (allievo) ci debbano essere determinate condizioni - che si possono estrinsecare nell’idea di rapporto - affinché educazione si dia.

Ora, si può dire che un rapporto è una partnership fra due soggetti, ovvero un’ impresa che, nella scuola, è essenzialmente un’impresa di pensiero mediata dalla materia. Ma non è automatico che i due diventino "soci"; infatti perché ciò avvenga occorre che ci sia dell’agio, ovvero del "gioco" e cioè uno spazio particolare entro cui si verifichino dei movimenti, pena il disagio (parolone in cui sono andati a confluire i significati più disparati ma che vuol dire essenzialmente mancanza di spazio relazionale). Perché la relazione sia davvero agiata - ricca - occorre dunque prendere delle iniziative, ovvero compiere degli atti di obbligazione nei confronti del partner, così come avviene attraverso la domanda e l’offerta, al fine di muoverlo a proprio beneficio. E’ evidente che tali atti sono reciproci, e che cioè spettano tanto al docente quanto all’allievo, sebbene i loro ruoli siano differenti.

Questo modo di operare tuttavia non è insegnabile, esso dipende dal saperci fare di un soggetto con un altro, ovvero dalla sua "competenza", che è altra cosa rispetto alla "professione" (somma di conoscenze acquisibili accademicamente ecc.). La competenza è l’effetto di un accadere, di un’elaborazione personale, e dipende essenzialmente dal fatto di avere avuto a propria volta delle relazioni" agiate" e cioè degli incontri significativi che hanno permesso questo accadere, questa esperienza.

Con i suddetti organismi, invece, l’istituzione scolastica pretenderebbe di sostituire il piano che pertiene alla competenza di un soggetto e che, per estensione, possiamo definire il piano del "trattare" - con qualcuno -, con quello del "gestire" - qualcuno o qualcosa -, ignorando in definitiva il rapporto. Ciò non solo non raggiunge lo scopo, malgrado gli sforzi che esso comporta, (ogni insegnante sa bene cosa significhi il dovervisi adattare) ma diventa addirittura dannoso in quanto i due partner vengono esautorati della possibilità di elaborare e mettere in atto autonomamente delle norme vantaggiose alla loro impresa di pensiero.

Occorre precisare che nella Scuola i due piani suddetti coesistono, ma essi devono rimanere distinti; si osserva invece che il primo si avvicina asintoticamente - linea curva che incontra una retta all’infinito - al secondo, quasi a volerlo soppiantare. Ciò, incidentalmente, potrebbe ascriversi a una sorta di scientifizzazione del pensiero, a un mentalismo astratto che trovano nel cognitivismo la loro teorizzazione. Sotto questa spinta, per esempio, la pedagogia perde le sue radici, non significa più, come suggerisce uno dei suoi etimi "pensare con qualcuno", ma diventa un sapere autoreferente, una sfera del sapere da applicare alla bisogna.

Se non si tiene conto della competenza psicologica di un soggetto, e cioè del fatto che ogni individuo ha un proprio principio di profitto che si compone di eccitazione, soddisfazione, domanda, risposta, offerta, ricezione, è difficile che passi del sapere. Anche laddove ciò avvenisse, si tratterebbe pur sempre di un sapere schiacciante, fine a se stesso, non finalizzato a quel pensiero, o giudizio, che poi sono pensieri e giudizi di vita. In tal caso, del resto, il termine "educazione" non sarebbe più pertinente, meglio si confarebbe quello di "ammaestramento" o "addestramento".

Che tutto ciò in definitiva porti all’insoddisfazione, all’impoverimento sembra evidente e, a queste condizioni, forse ha fatto bene il nostro autore a ritirarsi da una scuola immiserita anche da questa hubris, da questo furor docendi assolutamente alieni da ciò che è un vero incontro educativo. Ecco perché Freud ha ragione.

Alfeo Foletto

Vicenza, dicembre ‘96

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