L’onore dello studente

 

Scholè - occupazione studiosa, lentezza, agio - è l’origine etimologica della nostra scuola. Un’ occupazione, un lavoro, il cui tempo non si addice ai parametri dell’economia classica ma a un’altra economia, quella di un soggetto. E’ un tempo-per-se-stessi infatti a far sì che il lavoro della scuola, quale impresa di pensiero, si differenzi da quello dell’azienda e si definisca più appropriatamente come elaborazione: un’attività preliminare a ogni forma di lavoro stesso.

Ma la differenza fra le due imprese non è dovuta soltanto al fattore tempo, bensì anche ad una peculiarità che riguarda gli esiti dei loro prodotti. Il prodotto scuola, infatti, ossia "l’educato", è un risultato connotato dall’ aleatorietà - caratteristica inammissibile per un’azienda - ed è ascrivibile al lavoro che ci mette l’educando per la realizzazione di se stesso. Considerato da questo punto di vista si potrebbe dire che lo studente sia un "semilavorato", nel senso che parte del lavoro pertiene a lui (alla sua elaborazione), e parte alla scuola, ma quest’ultima sarebbe resa "impossibile" a motivo dell’incertezza della prima.

L’impresa scolastica invece, ignara della diversità dovuta a questo "impossibile" fondamentale, con cui dovrebbe costantemente commisurarsi, sembra essere presa da una crescente condivisione dei parametri aziendali; secondo questa logica infatti, essa adotta il concetto di "produzione" per definire il numero - alto o basso - di promossi, equiparandoli a "pezzi" di un’industria, ritenendo di poter omologare un promosso, misurabile per il profitto in decimi, a un educato, giudicabile soltanto in termini di "norma di profitto".

Sempre a proposito di una scuola che, invece di ritagliarsi un suo tempo, e di conseguenza uno spazio proprio, mostra di andare secondo una logica che non le è congeniale, leggevo su un giornale di qualche tempo fa del vanto di un istituto per il suo "essere al passo con i tempi" e per una sua "perfetta gestione paragonabile a quella di un’azienda". Dall’articolo si poteva evincere che il compiacimento non era tanto relativo alla gestione in quanto funzionalità pratica della scuola medesima, e cioè al fatto di poter mettere docenti e allievi in condizioni ottimali di attività, cosa peraltro auspicabile per ogni scuola; esso si riferiva piuttosto a una gestione per così dire strutturale e cioè al fatto per cui erano i docenti e gli allievi a doversi conformare a una logica gestionale condizionata dalla preminenza delle materie stesse, dei "pacchetti d’insegnamento".

Ora, trasporre il termine gestione da un’azienda in cui è certamente pertinente, alla scuola e volerla far funzionare esclusivamente secondo questa modalità, diventa una banalizzazione del concetto stesso. Nella scuola esiste certamente l’aspetto gestionale, assai importante come si è detto sopra, ma esso deve rimanere distinto dal "trattare" , ovvero da quella serie di rapporti io-tu, in primo luogo fra docente e allievo, che non si presta a nessuna gestione, pena l’insegnamento stesso. E a proposito di una sua variante, l’ autogestione - che si verifica regolarmente in determinati periodi dell’anno scolastico -, mi è capitato una volta di sentire uno studente in una situazione siffatta e vantarsi anche lui delle cose che "funzionavano veramente bene" al punto che i professori, "increduli", si sarebbero complimentati con gli studenti stessi. Ho avuto l’impressione che la cosa sapesse di presa in giro e avrei voluto suggerirgli di non affaticarsi tanto e di lasciare la gestione, con tutto quello che comporta anche in termini di fatica, a chi spetta di dovere.

Devo dire però che quello studente non aveva del tutto torto poiché, in una scuola siffatta, improntata a una ideologia "aziendal-pedagogica" per cui il tempo è quello del lavoro, anziché dell’elaborazione, mentre il corrispettivo è il voto-paga, occorre avvalersi anche dell’autogestione. Così, all’occorrenza, lo studente si avvale anche del T.A.R. se è in disaccordo con la "paga". D’altro canto, ma sempre per la stessa logica, se lo studente "non si avvale"- come recita una formula a proposito dell’ora di religione (qualora non intenda parteciparvi) - e se ciò, come pare, non sarebbe tanto dovuto a scelte ideologiche, quanto al fatto che la materia sarebbe ininfluente ai fini valutativi, porta a concludere che egli probabilmente non si avvarrebbe di niente e di nessuno, qualora fosse ugualmente possibile la promozione finale.

La scuola attuale è fatta di classi di studenti, più che di studenti, come dimostra il dibattito "gestionale" intorno alla classe: dal numero che la compone, alla disciplina di classe , al livello della classe, al clima di classe, ecc., tutti concetti che non hanno niente a che vedere con il rapporto con uno studente. Quest’ultimo sembra non esistere se non in quanto soggetto scolastico, e pertanto omologabile, attraverso forme di misurazione della sua prestazione-lavoro, a qualsiasi altro, per conformarsi finalmente al gruppo. Da questo punto di vista allora, si ha l’impressione che la scuola non lo onori, ossia non gli dia peso, importanza in quanto soggetto psicologico, prima che scolastico, al fine di favorirne l’educazione e cioè la realizzazione della succitata norma di profitto, da cui procede l’istruzione stessa.

Questa compito, peraltro, non credo pertenga all’istituzione in quanto tale, ma si dia semmai come possibilità messa in atto dall’iniziativa di un docente che, avendo a sua volta cura del proprio profitto, ha inteso essere per lui conveniente onorare colui che, occupando un certo posto, lo induce a qualche forma di relazione. Ma ciò, non dipende tanto dalla sua professione, quanto dalla sua competenza, dal suo saper trattare con l’altro. In mancanza della competenza, tuttavia, gli rimane pur sempre un ruolo da cui godere in quanto riconoscimento di una differenza gerarchica rispetto all’allievo; godimento o, gratificazione, cui non sarebbe estraneo nemmeno il primo della classe rispetto ai propri compagni, se il suo stesso profitto non fosse sotteso dalla soddisfazione, della propria norma (di profitto). E’ questa - soddisfazione - in definitiva l’unico criterio cui commisurare tanto il beneficio dell’allievo quanto quello del docente, senza la quale non si potrebbe parlare di educazione, e cioè di ricchezza, da cui procede anche il guadagno della scuola stessa.

Alfeo Foletto

Marzo 1997

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