LA  VALUTAZIONE  SCOLASTICA

 

Questo lavoro propone alcune osservazioni sulla questione della valutazione all’interno del sistema scolastico. Sono stato stimolato a questa ricerca dalla mia esperienza come genitore di un bambino che frequenta le scuole elementari, oltre che dal lavoro di consulenza ad un gruppo di maestre. Ancora più utile è stata la riflessione che è seguita, con i colleghi del progetto denominato Pr.As.Do., che si occupa della scuola, offrendo innanzi tutto un lavoro mirato alla competenza dell'insegnante nel suo rapporto con l'allievo. Il punto di partenza di queste riflessioni riguarda il Documento di Valutazione, l’antica pagella, adesso in uso nelle scuole elementari.

IL DOCUMENTO DI VALUTAZIONE

Questo documento è diviso in due parti: la prima riguarda le materie, la seconda la valutazione dei progressi.

Le materie:

Le materie considerate sono otto, cui va aggiunta "religione"; bisogna però anche tenere presente che alcune di queste sono state accorpate. Per ogni materia è poi indicata una lista che sembrerebbe una serie d’abilità, di conoscenze, stabilite come obiettivi da raggiungere; poiché questa "pagella" è standard per tutto il ciclo elementare, solo alcune di tali finalità sono considerate per ogni classe. Questo genera un certo disorientamento, forse non nella maestra, ma sicuramente nel genitore e nell’allievo. Ben più importante è rilevare che qui viene fatta confusione: le abilità insegnate dalla scuola sono mischiate a competenze individuali del bambino che non devono essere insegnate. Gli esempi che seguiranno chiariranno meglio di quale confusione si tratta. Prenderò dunque in considerazione alcune delle otto materie della pagella, riportandone la descrizione, per poi commentarla:

La lingua

Lingua Italiana: "Ascoltare, comprendere e comunicare oralmente; leggere e comprendere testi di tipo diverso; produrre e rielaborare testi scritti; riconoscere le strutture della lingua e arricchire il lessico; codici linguistici alternativi." Osserviamo subito che "ascoltare, comprendere e comunicare oralmente" sono cose che un bambino di tre anni sa già fare; la definiamo competenza linguistica e significa saper parlare. La competenza linguistica riguarda il moto fondamentale del parlare, e comprende evidentemente anche l’udire, l’ascoltare e il comprendere. Questa è una facoltà del bambino, osservabile da chiunque: solitamente intorno ai tre anni, spesso anche prima, il bambino si esprime già correttamente, con precisione formale altissima, e usa un lessico molto ricco. Una facoltà dell’individuo può essere oggetto d’insegnamento e valutazione dai sei ai dieci anni?

Allora, cosa si chiede di valutare alla maestra? Prima ancora, cosa si chiede di insegnare al bambino? Qualcosa che sa già. Insegnare ad un altro qualcosa che sa già è un’offesa, significa trattarlo da incompetente. Introduce inoltre una dimensione falsa: al tuo saper parlare e saperti regolare su quando, con chi e per quale meta parlare io mi sovrappongo, occupo il tuo posto, nego la tua competenza e t’insegno la mia norma rispetto a questo tuo moto. La maestra o il genitore che facessero questo, compirebbero un vero atto d’usurpazione: non s’insegna a parlare ad un bambino, si parla con lui. Le altre voci, "Leggere e comprendere testi di tipo diverso, produrre e rielaborare testi scritti ...", non riguardano la competenza linguistica e non fanno parte della stessa serie; leggere e scrivere sono abilità che si apprendono, e conoscenze che sono insegnate (lettura, scrittura, grammatica, sintassi etc.). Nel Documento di Valutazione, dunque, l’elenco di voci della "lingua italiana" contiene abilità che si insegnano e competenze, che NON si insegnano; per ora limitiamoci a dire che questa confusione segnala una carenza di giudizio da parte di chi ha ideato queste schede.

Storia ...

La voce "Storia" nel Documento di Valutazione è accorpata a Geografia e Studi Sociali, ma può venire distinta logicamente da queste; prendo dunque in considerazione prima Storia e poi gli Studi Sociali.

Storia: " orientarsi e collocare nello spazio e nel tempo fatti ed eventi; conoscere, ricostruire e comprendere eventi e trasformazioni storiche..."

Il bambino pone numerose domande che riguardano il passato dei suoi genitori: "Quando vi siete conosciuti, da quanti anni siete sposati, quando tu eri piccolo qual era il tuo gioco preferito?" Queste domande segnalano che gli interessa sapere "come sono andate le cose" ai suoi Altri e cerca di orientarsi nel tempo. Il bambino sano dunque pensa già la storia e le trasformazioni; questo è già un interesse personale perché comprende che il passato dei suoi genitori ha un nesso con lui. Non si tratta allora di insegnare ad orientarsi, ma di accogliere la domanda del soggetto e di comunicare delle notizie che gli permettano di orientarsi nello spazio e nel tempo. Quando diventa disciplina scolastica, la "storia" sembra non essere più la stessa, , non è il proseguimento delle "storie" che i bambini amano tanto farsi raccontare perché pongono loro delle questioni, e suggeriscono delle risposte. Nella materia scolastica "storia" il nesso per il bambino è evidente solo se c’è lavoro da parte della maestra che, avendo afferrato la relazione tra sé e quel periodo storico, lascia intravedere al bambino che anche lui può individuare delle connessioni. Quando non avviene questo la materia diventa qualcosa che si deve studiare e non si pone più la questione della soddisfazione nel conoscere. Osservo anche, che non viene fatta menzione, riguardo alla storia, di alcun’epoca storica, cioè non si parla di contenuti (la storia Greca o romana ...) e questo fa pensare: da una parte non è chiara l’offerta che la scuola fa, dall’altra non si capisce su che cosa in realtà venga valutato lo scolaro.

Studi sociali: la relazione

La seconda parte della disciplina riguarda gli Studi Sociali: "conoscere e comprendere regole e forme della convivenza democratica..."

A questo proposito vale ancora più chiaramente quanto già detto a proposito della competenza linguistica: il bambino è addirittura un esperto delle regole e forme della relazione (la convivenza non è altro), ha ben poco da conoscere a questo proposito, se non per quanto riguarda le leggi dello Stato. Anche qui dunque non si vede che cosa gli si debba insegnare ed in cosa debba essere valutato; piuttosto sarebbe interessante entrare nel merito, ovvero non tanto valutare, quanto sanzionare le condotte, sempre relazionali, del bambino e riconoscere che lui fa altrettanto. In altri termini, non si tratta tanto di valutare la competenza sociale del bambino, quanto di porsi come suo "socius", ponendo nel rapporto il proprio "modo di regolarsi". Così delineata, la questione è ben più ampia della materia scolastica, cui si dedica qualche ora alla settimana; se si tratta della relazione tra la maestra e il bambino, questa riguarda ogni materia e ogni momento del loro lavorare insieme. In realtà questa voce, "Studi Sociali", istiga la maestra a fare un’altra cosa: la valutazione psicologica del bambino. Non mi soffermo sulla gravità di questa valutazione, ma osservo che purtroppo è quasi sempre presente. Peraltro l’idea che al bambino vadano insegnate le regole e le forme della convivenza, introduce l’idea che lui, non conoscendole ancora, non possa essere un buon partner della maestra, che così viene istigata a rimanere fuori dalla relazione, o comunque a trattare dall’alto in basso. Infine si può anche rilevare che una tale idea del bambino come ignorante delle regole e forme, pesca nella vecchia cultura del "buon selvaggio", innocente, puro, ma sempre selvaggio, da civilizzare. Ci si potrebbe spingere all’idea di educazione che parte dalla frase "adesso te lo spiego io come si sta al mondo". Ma senza arrivare a tanto l’offesa è già evidente; così come è evidente che oltre a non riconoscere una competenza già esistente, si vogliono porre nuove regole e nuove forme, ovvero un altro ordinamento giuridico.

Scienze

"osservare, porre domande, fare ipotesi, verificarle ... riconoscere e descrivere fenomeni del mondo fisico".

Anche in questo caso si tratta di un lavoro del pensiero che è precedente la scuola; in ogni moto del bambino si può notare che esiste già questo pensiero, che chiamiamo pratico, ben prima che inizi ad andare a scuola. La materia "scienze" tende invece a far diventare un’astrazione questo pensiero pratico: il moto viene separato dalla sua meta, trasformandolo in un oggetto di studio; così, ad esempio, il moto del mangiare diventa "scienza alimentare" in cui non si tratta più di mangiare perché piace, in cui il soggetto si regola secondo il proprio gusto, la propria competenza, ed ha per meta la soddisfazione; si tratta invece di uno studio "scientifico" sulla composizione chimica degli alimenti, sulla biologia, sul fabbisogno calorico etc., arrivando così all’individuazione del "modo scientifico di mangiare", cioè del modo giusto, sano e corretto; anche in questo caso il soggetto viene esautorato, ponendo una norma astratta.

Educazione motoria:

"Abilità motorie di base ..., partecipare alle attività di gioco e sport"

Osservo solo di sfuggita, che il gioco non è qualcosa che si insegna a scuola; e ai bambini piace molto questa materia perché, tranne rari casi, continua a essere un piacere.

Valutazione dei progressi

La seconda parte della "pagella" chiede una "valutazione dei progressi di apprendimento, di sviluppo personale e sociale". Parlare di sviluppo personale e sociale implica una certa psicologia, che non è la nostra, che ritiene esista uno sviluppo (psicologia dell’età evolutiva), mentre noi diciamo che il bambino è già maturo, e che non è possibile una distinzione tra "personale e sociale". Il progresso possibile del soggetto è sempre un progresso nelle sue relazioni e non si può parlare di progresso personale disgiunto dal progresso nella relazione. Se una tale valutazione non diventa una valutazione psicologica, a cui sarebbe bene ribellarsi ("giù le mani") può invece essere considerata come progresso della relazione (mediata dall’apprendimento) tra allievo e maestro. Potrebbe essere descritto in questo modo: nel corso di quest’anno sono riuscito ad appassionarlo a questa materia e lui si è mosso per ap-prenderla da me.

Il giudizio sintetico

Il giudizio sintetico che la maestra deve esprimere nel documento di valutazione viene espresso con diciture di valore: ottimo, distinto, buono ... etc.; questo giudizio sostituisce il vecchio voto numerico, ma non pare che questa sostituzione abbia portato a una modificazione del problema della valutazione, anzi, sembra si sia creata una maggiore confusione: si spaccia per giudizio ciò che giudizio non è. Si tratta infatti ancora di una misurazione, in cui lo strumento utilizzato è meno efficace; spesso infatti c’è la tendenza, nell’esprimere questi giudizi, a riferirsi ai voti numerici (così ottimo corrisponderebbe a 10, distinto a 9 e via dicendo). 

COMMENTI GENERALI AL DOCUMENTO DI VALUTAZIONE

La disarticolazione

La divisione, all’interno della scuola, è diventata una strada molto percorsa: si divide in materie, ma anche in abilità specifiche per ogni materia: così ad esempio uno scritto di lingua italiana può essere valutato con quattro punteggi: ortografia, punteggiatura, forma, contenuto. Questo esempio basta a notare che si tende a scomporre in unità minime, a parcellizzare, a dividere; questa divisione rischia di avere l’effetto di una disarticolazione (esattamente come si dice delle articolazioni delle ossa), vengono tolti dei nessi, isolate delle parti. Quando il pensiero toglie i nessi e inizia a fare un lavoro di isolamento delle parti l’effetto è l’inibizione del pensiero stesso e la prima disarticolazione è la divisione tra concreto e astratto. Ciò è immediatamente visibile nella valutazione: diventa astratta, slegata dalla realtà del soggetto stesso e isolata dalla relazione. La disarticolazione produce patologia.,infatti l’isolamento, l’eliminazione dei nessi di pensiero è un sintomo tipicamente ossessivo. E’ evidente che con questo sistema di valutazione il primo danno è per l’insegnante stesso, oltre che per l’allievo.

Misurare

Lo scopo della divisione in materie, con le sue scomposizioni in parti minime, è quello di misurare meglio, cioè più oggettivamente, il prodotto dell’allievo e il suo grado di apprendimento. Questo è ciò che avviene anche nei test psicologici, che allo scopo di valutare certi aspetti della personalità tentano di misurarli. Anche nell’uso dei test la misurazione viene fatta scomponendo e l’effetto sul pensiero è altrettanto inibitorio; si sa che per il buon esito di un test non occorre la competenza di un soggetto, ma la sua professionalità nell’applicare il test senza metterci del proprio. Spesso infatti l’elaborazione del test viene fatta con calcoli statistici affidati al computer; questo significa che lo psicologo potrebbe anche non pensare. Questa osservazione non è solo una similitudine: spesso le schede di valutazione, nella seconda parte, quella dei progressi nello sviluppo, viene compilata come se si trattasse di una valutazione psicologica o psico attitudinale dell’allievo.

Misurare la competenza?

Questo documento di valutazione parte dunque dall’idea di rilevare gli apprendimenti, ma in realtà vuole misurare anche le facoltà, la competenza del soggetto, come se anche queste fossero state insegnate dalla scuola. In questo modo il bambino viene trattato come un incompetente che non sa (e non deve) pensare in proprio, e deve imparare a usare il metodo giusto per studiare, far di conto e via dicendo; questo bambino non sa pensare, non sa ascoltare, non sa relazionarsi. Come già accennato il bambino pensato così è un piccolo selvaggio che la scuola civilizzerà, secondo la vecchia pedagogia del "raddrizzare la pianta storta"; il punto di partenza culturale è la teoria che l’uomo è un animale malato. Il nostro punto di partenza è un altro: l’uomo nasce sano, con una precisa competenza relazionale già matura e non avviene alcuno sviluppo psichico. 

Neutralità

Spesso si dice che la misurazione deve essere oggettiva, cioè neutra, non influenzata dal parere dell’insegnante. Quello che si vorrebbe togliere sono le simpatie, le emozioni, in definitiva il pensiero del soggetto che misura. Queste idee poggiano sul pensiero che non ci devono essere preferenze da parte dell’insegnante, cioè relazioni di privilegio, tutti gli alunni devono essere uguali e trattati allo stesso modo. Per gli stessi motivi spesso nella scuola si cercano di introdurre delle scale di misurazione, dei criteri di osservazione, si tentano dei test e via dicendo. Tutto questo lavorio ha uno scopo chiaro: si elimina la relazione, e i soggetti di questa relazione, insegnante compreso, che in casi ormai non più rari, utilizza il computer per valutare, ovvero viene sostituito dal computer. La tendenza a delegare l’insegnamento al computer è nota da anni, se in Italia questa modalità non è ancora in atto non è certo per motivi culturali, ma di altro ordine (occupazione). 

ALCUNE OSSERVAZIONI SULLA QUESTIONE DELLA VALUTAZIONE

La divisione in sfere

Da quanto detto prima risulta evidente che c’è una divisione e settorializzazione delle materie e delle abilità. Questa divisione la possiamo anche riconoscere nel linguaggio comune, come divisione in sfere. Spesso si sente parlare della sfera sessuale, ma non è meno nota la sfera religiosa o quella del lavoro. Ciascuno potrebbe riconoscere qui la medesima idea di una divisione in sfere: la stessa relazione tra coetanei potrebbe essere ridefinita come sfera della socializzazione. Senza addentrarci troppo in questo pensiero, basti notare che la divisione in sfere è la divisione del soggetto che elimina i nessi, e la stessa sfera dà l’idea di qualcosa di concluso al suo interno e isolato dal resto. Anche qui notiamo che si tratta del problema della relazione: è la relazione che si trova in difficoltà in un pensiero dell’uomo come diviso in sfere.

La misurazione come Aldiquà

La misurazione si applica bene ad un trattamento del corpo come Aldiquà e non aldilà della natura. Quando il bambino è più piccolo questo pensiero del corpo è molto evidente; negli asili nido i genitori che vanno a prendere i figli chiedono. ha mangiato, ha dormito, ha fatto la cacca ecc., ovvero chiedono se l’organismo del bambino ha funzionato bene, trattano il corpo come organismo, cioè come Aldiquà del pensiero della soddisfazione. Il corpo umano, diciamo noi, è aldilà della natura, perché anche in questi moti. si muove secondo una norma di soddisfazione, e non per un puro bisogno fisiologico. Quando nella scuola si valuta si rischia lo stesso errore. pensare il moto dell’allievo come Aldiquà del pensiero della soddisfazione: quanto ha preso? Sa fare le divisioni? Si comporta bene in classe?. Cioè vengono verificate le prestazioni del soggetto, slegate dal suo principio di piacere.

Le Prestazioni

In effetti nella scuola viene chiesto (imposto) un fare continuo, si chiede manovalanza, lavoro basso, applicazione di regole, metodi, tecniche che altri hanno pensato. La valutazione è sul prodotto e il pensiero, in tutto questo fare non viene né apprezzato né stimolato. In questo suggerisco che si consideri la possibilità di favorire il pensiero, lasciando poi a ciascuno elaborare cosa questo possa significare nella relazione, come dimensione ulteriore dell’insegnamento e che la valutazione parta dal principio di piacere dell’insegnante, partner di questa relazione. 

Competenza è facoltà di domandare

Quando il bambino pone una domanda sta esercitando una sua competenza, cioè sta lavorando e mettendoci del suo nel lavoro di apprendimento fatto in due. Domandando il bambino si mette al posto di soggetto e lavora per ottenere soddisfazione dall’altro. La domanda dunque è un merito: entra nel merito e merita una risposta; starà all’adulto comprendere la domanda e sanzionarla premialmente. A scuola si potrebbe pensare di valutare (evidentemente non si tratterebbe più di misurare) e premiare, anche con il voto, il lavoro di domanda? Anche l’antica interrogazione, ora valutazione, potrebbe essere rivista alla luce di quanto detto sulla domanda: per una volta è l’insegnante che si pone come soggetto che chiede all’altro, non di dimostrare quello che ha capito, ma di metterci del suo, rispetto al lavoro fatto insieme.

I compiti

I compiti dati all’alunno hanno un senso come partecipazione dell’esperienza che si sta svolgendo: non possono essere trattati come pura manovalanza, un fare operaio, esecuzione del metodo; è necessario che avvenga un passo oltre. Peraltro è sempre necessario che l’insegnante dia una valutazione del compito svolto: il bambino vuole il giudizio, ci tiene a riuscire e a soddisfare l’altro. Quando riceve il voto, il giudizio di stima sul proprio lavoro, è soddisfatto ed ha dato soddisfazione. In merito alla correzione dei compiti due osservazioni: innanzitutto è importante che l’adulto sia qualcuno che si sa accontentare, cioè sa essere contento dell’apporto libero del bambino, quello che è, senza avere la pretesa della prestazione massima e sempre dovuta. E’ molto interessante, nella revisione della fiaba del "gatto con gli stivali", di Angela Cavelli, l’osservazione che il gatto fa a proposito del re: si è accontentato, ovvero sia è stato contento, del coniglio che il gatto gli ha portato; pur essendo il sovrano, non ha preteso che il suddito lo onorasse in tutti i modi, anzi con stupore ha considerato il dono del gatto come un onore conferitogli. Non ha preteso che gli fosse dato di più, che il gatto si impegnasse secondo tutte le sue potenzialità ecc. L’insegnante che si sa accontentare è onorata del compito svolto dall’allievo, lo stima, senza calcolare quanto avrebbe potuto dargli, sta al dato. In questo si potrebbe anche cominciare a pensare che la correzione del compito avrebbe un altro interesse per entrambi se fosse la sottolineatura delle cose che piacciono alla maestra invece che degli errori; correggere è un lavoro fatto in due in cui innanzitutto si sostiene l’altro. La relazione diventa interessante quando anche il partner mette in luce il suo principio di piacere, dichiarando ciò che gli piace e gli va bene; questo è già un giudizio.

La legge dello Stato

La valutazione secondo questo modello scolastico è regolamentata dalla legge dello stato e l’insegnante è tenuto ad attenervisi. Ciò che lo Stato non può porre è una norma di soddisfazione che riguarda un’altra Città dove l’individuo è sovrano e la legge è posta dal Soggetto con i suoi altri. Non si tratta dunque tanto di perdere tempo a criticare la legge dello Stato, ma di porre la relazione, con le sue leggi che sono Altre rispetto allo Stato. 

Il disagio di questo sistema di valutazione

Va anche però detto che questo sistema di valutazione mette spesso a disagio se non si pone la dimensione della relazione. Molte condotte dell’allievo potrebbero essere considerate come tentativi di superare o rispondere a questo disagio: "fare il furbo", copiare, etc., modi quasi indispensabili per andar bene oggi a scuola, sono tentativi di uscire dal disagio, e dunque superare il problema della misurazione, quando l’allievo si trova senza un reale partner, e l’insegnante non fa altro che applicare una sola legge, senza considerare la relazione. Sembra un inganno, ma è anche la risposta all’inganno di chi vive solo della legge dello stato. La valutazione di gruppo invece è un caso di esecuzione eccessiva del compito imposto dallo Stato. Il risultato, spesso palese è l’inimicizia fra gli studenti, dunque anche un danno. 

La relazione e il beneficio nell’insegnamento. 

Il maestro è qualcuno che, essendo lui per primo al lavoro rispetto ad una determinata materia, può provocare l’interesse dell’allievo. Il maestro offre all’allievo gli esiti del proprio lavoro, cioè averne concluso qualcosa riguardo a se in rapporto a quella determinata materia. Questa è la passione che può essere trasmessa. Così il maestro eccita l’interesse dell’allievo ad introdursi in questa esperienza, cioè lo chiama a bottega e l’apprendimento diventa un lavoro fatto in due, in cui ciascuno da un libero apporto che è meditazione continua della materia. La relazione che si stabilisce è soddisfacente per entrambi se entrambi sono al lavoro per arrivare a conclusioni, attraverso il giudizio. Imparare può essere un piacere, se è posta la relazione. Il bambino è così interessato alla relazione che tenta sempre di accattivare l’altro, fosse anche regalando i fiori alla maestra. Se la maestra pone un contenuto della relazione che lascia spazio al pensiero del bambino e non satura il rapporto l’esperienza può essere soddisfacente, con beneficio per entrambi.

 

Carlo Arrigone

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