la collaborazione genitore-docente

 

La collaborazione fra un genitore e un docente è un argomento molto sentito; se ne parla spesso anche a livello istituzionale, ma è un tema ancora insufficientemente elaborato e quindi tale collaborazione risulta poco praticata.

Si possono intanto ravvisare due ordini di difficoltà che ostacolerebbero questa pratica. Il primo è di carattere intrinseco, cioè a dire che ci vuole competenza (ed è quanto si prefigge la proposta di Prasdo) per mettere in atto un vero rapporto di collaborazione. Essa infatti non riguarda tanto il generico coinvolgimento delle famiglie verso determinate iniziative promosse dalla scuola, quanto un rapporto con l’insegnante inteso come aspetto fondamentale del fare scuola. Il secondo ordine di difficoltà è connesso a fattori legati a una visione particolare della scuola per cui, ad esempio, essa svolgerebbe il compito di istruire, mentre la famiglia quello di educare. Questi e altri motivi avrebbero determinato la nota frattura con le famiglie, motivi sui quali tuttavia non ci soffermiamo se non per dire che occorre tenerne conto allorché si intenda collaborare con un docente.

Oggigiorno la suddetta collaborazione diviene importante, se non necessaria, a motivo della "crisi" della scuola (come della famiglia) dovuta al venire meno dei ruoli tradizionali, per cui l’autorità del docente (come del genitore) non essendo più quella di un tempo, renderebbe difficile insegnare e educare secondo i vecchi criteri. Con il decadere di certi dispositivi istituzionali e cioè di quei supporti che favorivano la suddetta autorità e in base ai quali, ad esempio, risultava facile obbedire al genitore e all’insegnante, queste figure sono lasciate "sole", per cui educare e insegnare dipende anzitutto dalla loro competenza.

E’ alla luce di questa crisi e dunque come risposta alla stessa, che la collaborazione prende senso, specificandosi come aiuto nella ridefinizione dei posti: di docente, allievo e genitore. Un tempo questi posti erano sussunti da ruoli precostituiti e andava da sé che il docente, l’allievo, il genitore svolgessero la loro funzione senza alcuna messa in discussione e in maniera indipendente. Ora, questa modalità non è più sostenibile; per educare e insegnare occorre l’implicazione del figlio, serve la sua corresponsabilità. Per questo è necessario fare in modo, anche attraverso la collaborazione, che egli occupi costantemente un posto relazionale, che sia cioè partner attivo, ovvero competente, soggetto rispetto agli altri soggetti della sua educazione.

C’è invece il rischio che la crisi istituzionale si traduca, come del resto sta avvenendo, in crisi del docente o del genitore e costui rimetta in piedi, non tanto la vecchia autorità (altro è il ruolo) ormai anacronistica, quanto dei dispositivi relazionali, ovvero dei comandi che danneggerebbero la competenza dell’allievo, che lo esautorerebbero dal suo posto. Quando, ad esempio, viene data un’assoluta - sciolta dal rapporto - importanza alla prestazione scolastica, senza cioè curarsi delle modalità, di soddisfazione, con cui la si persegue; quando il genitore antepone le proprie attese agli obiettivi del figlio, o il docente il programma, si mettono in atto dei comandi che diventano il principio regolatore del rapporto stesso. In tal caso, tra il genitore e il figlio, come tra il docente e l’allievo, non esiste più uno spazio d’incontro del pensiero dell’uno e dell’altro, delle rispettive competenze, poiché questo spazio verrebbe saturato dal predetto comando.
Il cosiddetto "mal di scuola" (come del resto il "mal di famiglia") di cui tanto si parla, va specialmente inteso come malessere causato da un siffatto rapporto, in definitiva da insoddisfazione.

E’ questo l’altro punto importante su cui intervenire tramite la collaborazione: un lavoro fra genitore e docente che è anzitutto di individuazione e elaborazione delle dinamiche chi si mettono in atto nelle relazioni.
Finora tali malesseri, esprimibili anche con sofferenze degli allievi, rabbia dei genitori, ma anche frustrazione degli insegnanti, si sono definiti con il termine vago di disagio. Occorre invece leggerli come sintomi, ossia quale effetto di rapporti malfatti, cui bisogna dare - elaborare - un senso. Nella parola disagio invece è stata convogliata ogni forma di malesseri, sia quelli originati da problematiche personali o familiari, peraltro facilmente individuabili, sia quelli dovuti a cause più generali come il consumismo, la televisione e l’adolescenza stessa che, pur non sottovalutandone l’importanza, hanno tuttavia fatto perdere di vista il vero disagio che è anzitutto relazionale.
L’avere privilegiato l’ottica del malessere "privo" - non elaborato - di senso, ha comportato la medicalizzazione, se non la psichiatrizzazione tanto dell’infanzia quanto dell’adolescenza, modalità che ha pervaso la scuola e in parte la famiglia. Della stessa matrice risulta poi, complici anche una certa psicologia e sociologia, quel mettere le mani su prevenzione e dispersione, divenute anch’esse concetti "astratti" (dai rapporti) e gestiti come altrettanti "oggetti".

Da tutto ciò è facile dedurre una considerazione di carattere generale e cioè come sia in atto un principio di causalità - determinismo - per cui qualsiasi problematica diventa alibi per non sentirsi imputabili, nel bene e nel male, di quanto avviene in un rapporto.
Uno dei grandi assenti nella scuola e che occorre introdurre anche tramite la collaborazione, è il concetto di imputabilità; esso significa riferire a se stessi tutto quanto accade in un rapporto, non perché si sia i diretti responsabili dei comportamenti di un altro, ma perché si è destinatari di conseguenze.
Questa condizione, di non indifferenza rispetto a quanto succede all’Altro, il quale pertanto non viene relegato al suo "comportarsi", ma trattato nel suo "rapportarsi", pone anzitutto le basi per trovare delle soluzioni quando qualcosa non va. E’ il punto di inizio per un lavoro, fatto anche in collaborazione, allorché l’insegnante, ma potrebbe essere il genitore, evidenzia qualche situazione che esige un cambiamento.
L’imputabilità è finalizzata a sostenere il posto di corresposabilità dell’allievo nel suo processo di istruzione e di educazione - tramite dei vissuti sanzinatori, anziché a parole, attribuendo a sé e all’altro le conseguenze, positive o negative, di ciascuna azione. L’imputazione poggia sul giudicare e sul sentirsi giudicato. C’è paura nel giudicare - tant’è che a scuola il giudizio è ormai completamente soppiantato dalla misurazione (asettica e impersonale) - e così si mette in gravi difficoltà l’allievo e il giudizio che alberga in lui. Occorre invece riconoscere questa sua facoltà, darle spazio, elaborarla, istituirla se necessario, altrimenti non può sussistere alcun rapporto.

Ma lo scopo fondamentale che si prefigge la collaborazione di cui si parla, non è anzitutto quello di risolvere problematiche, bensì di arrivare a concepire la "scuola dei talenti" intendendo con questa espressione la possibilità di realizzare un insegnamento-apprendimento che poggi su, e che a sua volta incrementi, il pensiero della soddisfazione di ciascuno. Si tratta di realizzare un circolo "virtuoso".
La "scuola dei talenti" non è ancora pensabile da una istituzione commisurata sugli apprendimenti minimi e preoccupata della dispersione; tuttavia può essere realizzata da un docente e un genitore che collaborano con competenza in rapporto al figlio-allievo.
Questo può essere praticabile a partire dall’idea di ascolto - altro grande assente nella scuola - quale primo momento della competenza che si prefigge di capire il pensiero della soddisfazione di colui che si ha di fronte per poterci investire.
E’ immediatamente intuibile quanto sia importante la collaborazione a questo riguardo se si pensa che un siffatto rapporto non può essere che individuale e come non sia facile per un docente, talvolta nemmeno per un genitore, capire con chi ha a che fare. Ciò d’altro canto risulta indispensabile per mettere il figlio-allievo e in fin dei conti se stessi, nelle migliori condizioni, agio - spazio fra i posti (suaccennati) - ai fini di un lavoro che punti la beneficio reciproco.

Riassumendo, si è cercato di evidenziare quattro punti su cui potrebbe essere importante la collaborazione in quanto:
1) risposta alla crisi dei ruoli con la ridefinizione dei posti, ai fini della corresponsabilità.
2) comprensione ed elaborazione del disagio relazionale per evitare ostilità reciproche;
3) passaggio dalla causalità all’imputabilità, per trovare soluzioni;
4) ascolto del pensiero della soddisfazione per una "scuola dei talenti".

 Alfeo Foletto

Vicenza, maggio 2000

 

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