COMPETENZA E METODO NELLO STUDIO IN FAMIGLIA

 

Un bambino di prima elementare, dopo qualche giorno di scuola, sente dire da una delle sue maestre: "a scuola si viene per lavorare". E' bastato questo perché quella maestra gli diventasse immediatamente antipatica e perché inoltre, per molto tempo, quasi ciascun giorno il bambino dicesse di non aver voglia di andare a scuola, né di fare i compiti per casa. 
Perché può succedere ciò? Perché a scuola si va per imparare (e per insegnare) e ciò, beninteso, comporta lavoro, ma allorché lo si pone in prima battuta diventa un comando, ossia un dispositivo per regolare i rapporti e gli apprendimenti stessi. A quel punto si inizia la pura fatica, non soltanto quella dell'allievo, ma anche della maestra e spesso dei genitori che magari condividono il medesimo comando.
L'allievo infatti non vive più l'apprendimento come un atto libero, determinato anzitutto da un suo criterio di distinzione del tipo "mi piace/non mi piace", bensì come un fatto condizionato da un principio rispetto al quale il suo pensiero (ma anche quello del docente o del genitore) viene in definitiva subordinato. E' come se la meta dello studente non fosse più lo studiare, bensì il faticare e questo passaggio - dai mezzi ai fini - fa venire meno la sua competenza e quindi la soddisfazione perché il soggetto non c'è più veramente in quello che fa.


1- Lo studiare del figlio: un fatto suo
Introduco con questo esempio, di "esautorazione", che riprenderò più avanti, la questione dello studio in famiglia, secondo l'ottica del ragazzo, proponendo che se lo studio non è un "fatto suo", cioè di sua competenza, allora si iniziano le difficoltà. Viceversa, se esiste tale competenza, i compiti per casa, come ogni altra modalità relativa allo studiare, saranno cose semplici da affrontare e che si accompagneranno a risultati adeguati. 
E' noto come per uno studente sia importante organizzare i tempi e i modi per affrontare gli impegni scolastici, ma anche la giornata, diversivi compresi. Essere competenti significa allora sapere stabilire il proprio tempo da dedicare alle varie discipline, così come agli altri interessi, ma ciò non dipende anzitutto da un mero criterio cronologico, esterno, bensì da un tempo logico che si raccorda alla propria soddisfazione. Al ragazzo sarà pertanto utile costruirsi un "metodo di studio" avvalendosi anche dell'apporto altrui, ad esempio di docenti esperti nel settore, dai quali comunque non subirà un metodo, bensì sarà favorito nel costruirsene uno. Tale metodo pertanto sarà vantaggioso se anzitutto lo studente saprà definire il tempo della propria soddisfazione, in quanto criterio intrinseco ai propri interessi, al proprio studio, ai propri impegni e ai propri svaghi.
Da ciò consegue anche il modo di studiare, che riguarda prima di tutto l'allievo - prima dei contenuti e della graduatoria della loro importanza - purché venga messo in grado di apprendere e di studiare attraverso punti di interessabilità. Ognuno ha degli interessi, di cui comunque insegnanti e genitori dovrebbero tenere conto, nonché esplicitare tramite l'ascolto e che permettono allo studente di affrontare in maniera personale la disciplina, perché essi sono punti di organizzazione della propria vita così come del proprio sapere. Ciò facilita non solo l'apprendimento, ma anche l'insegnamento, come si è verificato nel caso di uno studente che intendeva e diceva di voler fare il commesso, ma che dovendo frequentare ancora la scuola per motivi anagrafici, non faceva altro che disturbare. Questo comportamento cessò allorché un insegnante, che finalmente lo aveva ascoltato, iniziò a rendergli appetibile la propria disciplina in modo che anche il futuro commesso ne potesse beneficiare.

2- Lo studio e la messa a frutto dei rapporti 

Il criterio in base al quale talvolta un genitore si regola nei rapporti col figlio in età scolare è determinato dalle sue prestazioni e dai suoi risultati scolastici. Si tratta ancora di un dispositivo rafforzato magari dalla frase "io lavoro, tu studi", in cui viene misurata la prestazione, anche in termini di fatica, piuttosto che giudicata la sua soddisfazione. Occorre subito dire che, in mancanza di tale soddisfazione, i risultati non bastano mai. E' quanto del resto scrive inequivocabilmente Kafka nella Lettera al padre "Mai sarei stato promosso alla fine della prima elementare, ne ero convinto; invece andò bene ed ebbi persino un premio; l'esame d'ammissione, poi, al ginnasio non l'avrei saputo sostenere, invece riuscii anche allora; ma in prima ginnasio sarei stato sicuramente bocciato: no, fui promosso, e andai sempre avanti d'anno in anno. Ma non ne trassi alcuna fiducia, al contrario ero sempre convinto - e ne leggevo la prova sul Tuo viso atteggiato a disprezzo - che quanto meglio riuscivo tanto peggiore sarebbe stato il risultato finale". 
La fiducia o, per adoperare un termine più usato nella scuola, l'autostima del ragazzo dipende anzitutto dal riconoscergli la facoltà di un soggetto idoneo a orientarsi nella vita e pertanto anche nei confronti del sapere stesso, prima di qualsiasi sua prestazione e di qualsiasi altrui valutazione.
In molti incontri i genitori chiedono: "A che ora deve rincasare un ragazzo la sera? bisogna assolutamente che rispetti l'orario?" Risposta: l'orario va rispettato ai fini gestionali, per una migliore conduzione familiare, personale ecc., ma l'errore consisterebbe nel pensare che il figlio, attraverso il rispetto della regola si faccia una norma di beneficio. Questa, per ritornare all'esempio, ha più a che fare con la qualità della sua uscita, che pertanto può essere più o meno soddisfacente e che va colta e riconosciuta con l'ascolto, piuttosto che misurata con l'orologio.
Per quanto riguarda lo studio, talvolta non solo manca questo riconoscimento, ma vi è addirittura disconoscimento, da parte di genitori, per esempio a motivo delle loro attese. E' stato il caso di una signora con grosse conflittualità nei confronti della figlia sedicenne che aveva lasciato la scuola ormai da un anno, in seguito a una bocciatura. La madre mi racconta di averne fatto una "tragedia" per quella bocciatura, si vergognava di dirlo alle sue amiche e talvolta le capitava perfino di mentire. La ragazza, venuta a conoscenza di questo comportamento, le aveva rimproverato di non importarsene di lei, del dispiacere per essere stata bocciata, bensì soltanto di se stessa. Ciò rispondeva al vero, ma la signora si giustificava dicendo che "non avendo potuto, per svariati motivi proseguire negli studi, contava di farlo tramite la figlia". Questo è un caso tipico di grave dis-agio, che significa mancanza di un adeguato spazio relazionale fino a "mettersi al posto dell'altro", pertanto esautorandolo, per cui la ragazza non frequentava più la scuola in nome proprio, venendo così meno la sua soddisfazione. Allorché infatti costei si rende conto di tutto ciò, si inizia la ribellione attraverso tutti quei comportamenti che sapeva sarebbero dispiaciuti alla madre, fino a non frequentare più la scuola stessa.
Ci sono comunque anche le situazioni contrarie, che favoriscono l'agio, ad esempio nel rapporto docente-allievo, tramite la collaborazione del genitore. Una signora, preoccupata per gli insuccessi scolastici e relazionali del figlio, fin dal primo nostro incontro, mi racconta di un insegnante che durante un colloquio le aveva detto: "con suo figlio non c'è più niente da fare". Questa frase significava che per tale insegnante, l'allievo, in quanto partner, non esisteva più, che tra di loro c'era solo uno spazio vuoto, sterile. Si trattava allora di aiutare a rimettere in piedi un rapporto che tanto per l'allievo, quanto per il docente potesse ancora dare frutti. Quella madre convinse un po' per volta entrambi a onorare il loro posto relazionale, a riprendere cioè la loro posizione di socii, a partire da un'imputabilità reciproca, quali destinatari di attribuzioni premiali e penali. Lei stessa iniziò a lavorare in questo modo col figlio, ma poi anche con l'insegnante, al quale non lesinò le sue "sanzioni", soprattutto positive come i "grazie", evitando sempre sostituzioni e ingerenze. Alla fine c'è stata molta soddisfazione nel constatare che tra docente e allievo il lavoro si rimise in moto, a partire dunque dall'agio ripristinato fra loro anche con il concorso esterno, consentendo così al ragazzo di prendere in mano il rapporto e quindi lo studio. 

3- Fruire e godere di una materia di studio 

E' possibile proporre che lo studio a scuola dipenda anzitutto dalla capacità di far fruttare i rapporti, mentre lo studio in famiglia sia più legato alla possibilità di beneficiare della disciplina. I due momenti sono evidentemente correlati.
Sull'importanza del primo di essi si è già fatto cenno, serve solo dire, ma ciò riguarda anche il secondo momento, che si tratta di una facoltà che non può essere oggetto di istruzione, bensì che riguarda un vissuto relazionale. Per dirla con Goethe "Un padre non può insegnare al figlio ciò che ha imparato dalla vita". Padre, pertanto, non è un pedagogista, né è quello dei dispositivi per gestire i rapporti, ma è un soggetto che mette nelle condizioni il figlio di ereditare; non fa pertanto il bene, ma lavora in modo da mettere il figlio e se stesso nella condizione di riceverlo. Vi è "padre", ad esempio, quando il genitore si mostra interessato ai libri dinanzi al figlio, o magari quando lo studio di questi diventa per lui l'occasione di riprendere in mano una disciplina tralasciata da tempo. 
Di una disciplina scolastica, o del sapere in genere, è possibile, ricorrendo anche alle categorie filosofiche dell'uti e frui, usare e godere, con prevalenza dell'uno o dell'altro aspetto, a seconda del soggetto e della disciplina stessa. Usare, per esempio, significa anche spendere immediatamente sul mercato, come potrebbe essere l'informatica, o l'inglese adesso. Nessuno studente chiede mai a cosa gli serve l'inglese, ma pone spesso la domanda a proposito della storia. Qui entra in gioco soprattutto il fruor, cioè il godere, di una determinata disciplina che tuttavia riguarda una competenza personale, cui pertanto nessun docente può fornire una risposta (se non per quanto riguarda se stesso). 
Un tempo, questo aspetto veniva facilitato perché c'erano i maestri, capaci di far apprezzare agli allievi la disciplina, e quindi idonei a determinare una sorta di godimento indotto. Al loro posto ormai ci sono sempre più "funzionari", esperti in "apprendimenti minimi", in "saperi in pillole", e questo, purtroppo, è in linea con la scuola, volta più a deprezzare il sapere piuttosto che valorizzare colui che lo apprende.
L'istituzione scolastica, inoltre, non solo si sta orientando verso l'uti, aspetto che si rifà alla sua "aziendalizzazione" e che porta a privilegiare certi insegnamenti piuttosto che altri, modalità discutibile ma che diventa pericolosa quando la medesima categoria - dell'usare - viene applicata ad ambiti prettamente educativi e che concernono prevalentemente il godere. A scuola infatti si insegna ormai di tutto, da come alimentarsi, senza tenere conto che il gusto non è insegnabile, che è un criterio di giudizio personale, a come rapportarsi, a come risolvere ogni problema di vita, ingerendo nella facoltà di un soggetto fino talvolta a deprivarlo della stessa. Allorché del resto l'educazione diventa oggetto dell'istruzione si contraddice l'idea di un accadere, che invece si verifica se l'insegnamento, di una qualsiasi disciplina, avviene in un rapporto agiato, cioè tramite il lavoro di soggetti che si regolano secondo soddisfazione. 
Ora non si pretende che ciascun docente faccia propria questa modalità, che coltivi il fruor in rapporto alla sua materia d'insegnamento, da cui sappiamo può dipendere anche quello dell'allievo, ma si auspica almeno che si evitino certi danni. A parte gli esempi eclatanti accennati, per cui si incide direttamente sul gusto - giudizio altrui - occorre ricordare che comunque "istruendo si educa", bene o male che sia, perché l'insegnamento non è mai asettico, per cui il fruor dell'altro viene sempre interessato. 
Per questo in definitiva occorre tenerne conto nell'insegnamento (come del resto suggerisce PRASDO), perché esso fa capo a un giudizio intimo del soggetto che gli permette di collegare la sua stessa vita all'apprendimento, dando a quest'ultimo tutt'altra connotazione. 
E' lo stesso elemento allora che si rivela essere il più importante, sebbene il più problematico, nello studio stesso, tolto il quale forse questa parola perde di senso o prende altri significati.


Alfeo Foletto

(PR.AS.DO. - Pratica di Ascolto del Docente)

Vicenza, giugno 2001

 

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