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DE-PSICOLOGIZZARE LA SCUOLA RI-APPASSIONARE IL DOCENTE |
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Da molti anni a questa parte - l’inizio potrebbe datare dall’avvento della scuola di massa - si assiste a un progressiva presenza di psicologi, pedagogisti nell’ambito della scuola, aventi tutti lo scopo di affrontare quella che ai tempi di Barbiana si chiamava “selezione” e che ora, con più ritegno, si chiama “dispersione”. Dai primi anni ‘90, inoltre, c’è stato un ulteriore incremento di tale presenza, questa volta più medicalizzata, e orientata alla prevenzione di quel disagio, dapprima legato alla tossicomania, ma successivamente esteso a numerose altre forme di malessere che, in fin dei conti, inciderebbero sulla dispersione stessa. Tali interventi si possono estrinsecare in forme per cui, ad esempio, “l’esperto” dice tutto sugli adolescenti, ne specifica dettagliatamente la psicologia, fornendo così ai docenti (e ai genitori) un sapere sugli stessi, dotandogli pertanto di strumenti utili per controllare le situazioni o per “gestire” le relazioni . Ma è possibile immediatamente rilevare che questa modalità - di far passare per istruzione ciò che dovrebbe essere l’effetto di una pratica, anzitutto quella fondamentale dell’insegnamento/apprendimento - ha determinato un impatto negativo su tali soggetti, come del resto si sostiene da più parti allorché si afferma che una moltitudine di pedagogisti, di scienziati dell’educazione, di psicologi dell’età evolutiva sembra fare di tutto per debellare la passione di insegnare e di apprendere. L’esempio consente inoltre di precisare che tali interventi si rivelano non solo vani - l’unico vantaggio essendo quello di un quieto vivere istituzionale, perché la dispersione non viene frenata, tant’è che tale freno, che potrebbe procedere dall’avere cura dei talenti di ciascuno, si attua invece attraverso una “svendita” della scuola stessa -, ma anche pericolosi perché con questo plus di istruzione psicologica non si formano dei “soggetti”, bensì dei “sottomessi” che hanno poi difficoltà ad emanciparsi. Con tale premessa, comunque, non si intende demonizzare la figura dello “psicologo scolastico”, tutt’altro, anche perché l’Associazione(*), presieduta da chi scrive, ne sostiene l’importanza facendo del resto una sua proposta in merito; si vuole invece cercare di delinearne la specificità, nonché l’effettiva utilità, o anche la rischiosità, valutando anzitutto l’esistente. Del resto, come si rileva da una certa letteratura in merito, la figura dello psicologo professionista all’interno della scuola non è ancora stata delineata, nonostante le numerose sperimentazioni in corso, data appunto la notevole difficoltà di connotarne le peculiarità. E’ comunque chiara una cosa e cioè che questa figura non deve risultare sostitutiva, ma semmai collaborativa nei confronti di docenti e genitori. Va infatti tenuto presente, anche secondo certe elaborazioni già assodate, che l’insegnante è il primo psicologo nel rapporto con l’allievo, nel quale peraltro va riconosciuta e continuamente indagata un’analoga competenza, o psicologia, pena l’inesistenza del rapporto stesso Ne consegue dunque che lo “psicologo scolastico” non può rimpiazzare il docente (o il genitore), a meno che non si tratti di particolari problemi ed esigenze, che richiedono interventi e percorsi specialistici, che peraltro esulano da questo ambito. Precisato ciò, è possibile poi dire che nella scuola occorre proporre non tanto lo psicologo del “comportarsi”, che fornirebbe delle istruzioni per l’uso valide per tutti gli individui, sebbene in maniera indipendente, bensì quello del “rapportarsi”. Poiché ciò di cui si tratta è il rapporto che avviene fra il docente e l’allievo, riguarda cioè il loro vissuto, la loro reciproca competenza che si dà nell’incontro e mai al di fuori di esso, lo “specialista” allora non si prefigge altro scopo se non quello di favorire siffatta competenza. Tale punto di partenza dovrebbe fare anche capire che questa ottica - che è quella di una “scuola basata sulla soddisfazione” - , non poggia sull’ennesima teoria psicologica da applicare alla bisogna (la solita ricetta pronta per l’uso), perché essa procede dal lavoro stesso del docente, dalla sua “pratica” e che consiste essenzialmente nel preparare il posto dell’allievo, nel metterlo a proprio agio ai fini dell’insegnamento/apprendimento. Va detto allora, proprio per demarcare tale pratica da qualsiasi teoria, che la prima condizione per favorire e far esistere questa competenza, o facoltà (che va distinta dalla professione di un docente), è quella per cui occorre anzitutto sottrarsi alla psicologizzazione della scuola, in quanto questo momento può risultare troppo invasivo rispetto all’eventualità di simile “pratica”. Ciò significa in definitiva sottrarre la stampella psicologica a sostegno del ruolo del docente, di modo che l’insegnante non faccia a sua volta lo psicologo, ma semmai lo sia, perché il primo atteggiamento, dovuto a una semplice conoscenza esterna, ostacolerebbe il secondo, che riguarda invece una competenza esito di una lavoro personale. E’ utile forse dire che un effetto paradossale di tale psicologizzazione è stato quello per cui nella scuola è avvenuta la nota demarcazione cognizioni/affetti e che ha ingenerato molta confusione negli insegnanti, inducendo alcuni a “fare” gli psicologi, altri a rifiutare decisamente tale ruolo. Questo, che è soltanto un dilemma indotto, quindi falso, ha poi portato a pretendere troppo, o troppo poco dal docente, delegando in tal caso ad esperti ciò che era di sua competenza. Si stabilisce una misura di quanto sia lecito pretendere dal docente, e in fin dei conti dalla scuola, allorché tale demarcazione viene affrontata in statu nascendi, per cui al docente non viene domandato di essere l’esperto che gestisce le emozioni dell’allievo, bensì un soggetto che vive i rapporti. Insegnare con competenza significa infatti coltivare la soddisfazione dell’allievo (oltre che la propria), ossia avere cura del suo pensiero, pensiero che, all’origine, è tanto cognizione quanto affetto. Un’altra demarcazione, per certi aspetti connessa alla precedente, è quella che si è determinata fra insegnare e educare. Qualora si pensi alla “persona” non è più possibile una simile separazione, poiché nell’atto stesso in cui il docente propone un sapere che ha fatto “suo”, che è “parte” di lui, e che di conseguenza trasmetterà pensando anzitutto al soggetto cui lo propone, contemporaneamente “forma”. Questo momento è uno solo e nessuno psicologo, in ciò, può sostituire il maestro. Ma il maestro deve essere indotto, talvolta, a tali riflessioni, a questo modo di intendere e di praticare l’attività didattica: è la “competenza” del docente che vuole avere a fianco lo psicologo scolastico, come collaboratore col quale interrogarsi, confrontarsi, riconoscersi e “crescere” anche professionalmente. Sostenere questa competenza di un docente (di un genitore) potrebbe in definitiva essere il primo è più importante compito dello “psicologo scolastico”. Da quanto detto è possibile trarre qualche punto di conclusione: 1. le problematiche dei ragazzi, come dei docenti, o di qualsiasi famiglia, allorché necessitano di interventi specialistici vanno trattate al di fuori della scuola. Soltanto, ad esempio, quando c’è qualche difficoltà si ricorre al pediatra, allo psicologo, ma non è il pediatra che stabilisce il rapporto genitore-bambino, né è lo psicologo che determina le relazioni in ogni famiglia, perché questi ambiti riguardano anzitutto una competenza che fa capo a un vissuto. 2. Allorché lo psicologo interviene nella scuola per insegnare delle tecniche comportamentistiche o cognitivistiche allo scopo di risolvere certe problematiche, come ad esempio l’eliminazione del disagio conseguente alla eccessiva competizione tra ragazzi, per cui applica il cosiddetto problem solving, rischia di fornire un alibi per continuare dei rapporti malfatti. Il suo intervento infatti potrebbe ostacolare il rinvenimento di quelle soluzioni che anticiperebbero il problema stesso e che si realizzerebbero allorché si riesce a comprendere che oltre ai risultati - che causano la competizione - ci può essere anche una “meta di soddisfazione” che farebbe dire “basta” ai risultati e alla competizione. 3. Per quanto riguarda più specificatamente lo “psicologo scolastico”, occorre che costui (psicologo, insegnante, educatore, tutor della salute) abbia concepito, almeno in nuce, l’esistenza, in un docente, di una competenza che subordina la professione. A partire da ciò e attraverso un adeguato corso di formazione, tale “psicologo” sarà in grado di prospettare un insegnamento/apprendimento basato sulla soddisfazione, trattando tutte quelle questioni che si connettono alla soddisfazione stessa. 4. Accanto a questo momento che riguarda gli incontri collettivi, può essercene un altro più individualizzato in cui lo “psicologo”, all’uopo formato, con comprovata capacità di ascolto, può mettersi a disposizione del singolo docente o genitore offrendo uno spazio adeguato per elaborare dei vissuti relazionali ai fini della messa a punto della competenza stessa.
(*) PR.AS.DO. Pratica di Ascolto del Docente e del Genitore. www.prasdo.org
Alfeo Foletto, psicoanalista. Novembre 2002
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